Il sonno velocizza l’apprendimento?


Il sonno permette di memorizzare più rapidamente ciò che abbiamo imparto durante il giorno? Sembra di sì. Lo sostiene un nuovo studio nato dalla collaborazione tra l’Università di New York, l’Università Notre Dame dell’Indiana, l’Harvard Medical School e il Beth Israel Medical Center di Boston, pubblicato sul Journal of Neuroscience.

Da molti anni la ricerca scientifica si è interessata a come il nostro cervello elabori di notte ciò che ci accade durante il giorno. Oltre alla famosa fase REM, per intenderci quella durante la quale avvengono i sogni, esiste una parte del sonno definita Non REM (NREM, o fase 2), che rappresenta il momento in cui il nostro cervello inibisce ogni stimolo per permettere il completo riposo del corpo.

Durante il sonno NREM, tuttavia, si possono registrare delle attività elettriche di bassa intensità, che corrispondono al passaggio di informazioni tra particolari aree del cervello.

Il lavoro di Jakke Tamminen e colleghi, pubblicato in questi giorni sul Journal of Neuroscience, ha dimostrato come questa attività favorisca la memorizzazione e la classificazione di nuove parole nella neocorteccia, sede della nostra conoscenza. Lo studio ha utilizzato la polisomnografia (PSG), una tecnica che registra con degli elettrodi i cambiamenti che avvengono in diverse parti del corpo, cervello incluso, in un intervallo di tempo stabilito, come una dormita nel caso di questo studio.

I soggetti dovevano memorizzare durante le ore del mattino (gruppo veglia) o della sera (gruppo sonno) un certo numero di parole inventate con pronuncia simile a termini ben conosciuti (per esempio, “carostrice” e “carota”). Il processo di memorizzazione era subito seguito da un test di valutazione sull’apprendimento, nel quale i sggetti dovevano elencare quante più parole nuove si ricordavano, e un test di classificazione rispetto a termini comuni (per esempio, dimmi se carostice è vecchia o nuova rispetto a carota). Il gruppo veglia ripeteva il set di test il giorno stesso, dopo poche ore dal primo, e a distanza di una settimana. Al contrario, il gruppo sonno ripeteva i test il giorno successivo, dopo una bella dormita, e a distanza di una settimana.

I ricercatori hanno osservato come, durante la fase di memorizzazione “notturna”, l’informazione acquisita passasse dalla sede della memoria breve (ippocampo) alla neocorteccia, dando vita ai caratteristici picchi registrati con la PSG. Questo passaggio fissava la nuova informazione nel nostro bagaglio di conoscenza, dato confermato dai test di memoria che hanno dimostrato come si ricordino più parole nuove e con una rievocazione più rapida dopo il riposo (il giorno dopo per il gruppo sonno e una settimana dopo per entrambi i gruppi). Il consolidamento della nuova parola, tuttavia, creava una modificazione dei contatti tra le cellule della neocorteccia e creava un confronto tra quel che si sa e quel che è nuovo. Nuovamente, questa ipotesi veniva confermata dalla velocità con cui la parola nuova veniva distinta e classificata rispetto alla vecchia, che diminuiva in entrambi i gruppi a partire dal secondo set di test fino alla prova della settimana dopo.

I dati di questo studio non dimostrano che si impara solo dormendo, ma che l’apprendimento può percorrere due vie parallele di cui una, caratterizzata dal riposo, ha una marcia in più nel fattore tempo. Tamminen potrebbe così concludere le sue osservazioni col proverbio “Chi dorme non piglia pesci”, aggiungendo:”… e impara più veloce.”

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